Dalle avanguardie russe al disgelo

E’ il titolo della mostra che lo “Studio d’Arte Contemporanea MeS3”  propone alla città di Livorno e che sarà inaugurata con la conferenza stampa di martedì 9 novembre 2010, alle ore 18.00. La mostra sarà visitabile fino all’8 gennaio 2011.

Quello che lo Studio d’Arte MeS 3 presenta non va a porsi in contrapposizione alla linea della galleria, né alla tradizione: è solo un “altro” che va ad affiancare l’esistente. Del resto il presente anche dell’arte ha sempre un debito con le generazioni, i movimenti e le epoche che l’hanno preceduto.
Con il loro fare i cubisti tentano di rappresentare una realtà nella sua totalità; i futuristi lavorano sul linguaggio. Della realtà ciascuno possiede la propria verità che è quella contestualizzata, o del momento. I suprematisti, i costruttivisti e cubofuturisti esposti sono artisti che lavorano sul linguaggio, e dove c’è linguaggio c’è senso. Col portarli all’interno degli eventi con il contemporaneo normalmente curati, ne esce rafforzata ed esaltata la linea della galleria, la quale è impegnata da tempo sul fronte dell’universalità del linguaggio, sul ripristino di un minimo di regole che nell’arte significano professionalità e rigore etico ed estetico, anche se ciò significa andare contro il mercato.
Quella ospitata dagli spazi espositivi di “MeS 3” è la mostra di artisti russi appartenenti o legati alla Gruppo dei Suprematisti di Malevich e del Realismo sovietico. Le loro opere parlano un geometrismo suprematista che presenta gli stilemi dell’arte europea (dei grandi del Gruppo di Malevich), ma accanto ai modelli estetici propongono anche modelli etici. Ciò che producono è funzionale alla vita, o per meglio dire lavorano sul “tuttismo” che valorizza le arti applicate come espressione di vita.
Le loro opere non vanno cercate nei normali circuiti artistici (musei, gallerie nazionali, fondazioni), perché lavorano nelle scuole, nei laboratori, o possono trovarsi a livello di progetti esecutivi di disegni industriali, negli impianti delle fabbriche, negli oggetti quotidiani. Il connubio tra suprematismo e costruttivismo lo troviamo nei quadri e nelle carte di Xsenia Boguslavskaja, nelle scenografie e nei disegni di costumi teatrali di Valentina Kodasevich – che segue la strada già aperta dai lavori coreografici della connazionale Exter e di Sonia Delaunay, e nelle prime sculture o nel design d’abbigliamento di Stenberg. L’interesse pittorico con i rapporti di linea, piano e volume nello spazio reale e illusorio sono presenti nel grafismo cubo-futurista di Miturich.

Va segnalato soprattutto che l’impegno al riscatto dell’elemento decorativo dal ruolo marginale, cui una lettura occidentale l’ha volutamente relegato, è tenacemente perseguito e realizzato da questi artisti, fino a recuperare la sua piena visibilità di componente centrale all’interno dell’invenzione artistica e ad abbattere la distinzione di un “processo creativo di genere”, che coniugato al femminile aveva più pesantemente contraddistinto la dicotomia fra arti “maggiori” e arti “minori”.
All’esoterismo con cui sul modello occidentale si enucleava ogni fondamento irrazionale scaturito dagli strati interiori della coscienza, si assiste progressivamente (a partire dalla Goncharova uscita dal gruppo de “Il fante di quadri” operativo dal 1910 al 1917) alla contrapposizione della valenza collettiva dell’invenzione sull’individualismo artistico, con la conseguente capacità del gruppo di rafforzare ed arricchire le potenzialità della prassi estetica attraverso un processo di convalidazione ottemperato dal continuo scambio elaborativo che contribuirà a dare un nuovo senso all’esperienza quotidiana dell’artista.
Il progetto teorico russo della formazione culturale delle giovani generazioni non troverà seguito in Russia; si scontrerà presto con l’avvento dello stalinismo e dell’arte di stato, ma ad esso si ispirerà parallelamente il metodo didattico della Bauhaus.
L’alto livello delle composizioni di questa “Seconda avanguardia” va cercato non solo sul modello del maestro (Malevich) e dei suoi proseliti (Exster, Goncharova, Klijun, El Lissintzky, Popova, Rodchenko, Gabo, Altman, solo per citarne alcuni), ma nell’amore per l’Italia che consideravano un unico grande museo, nella loro appartenenza di figli d’arte e come tali alla loro iniziazione all’arte fin dalla più tenera età, nella frequentazione di studi di maestri, e per appartenere infine a gruppi dove tutte le arti erano rappresentate e collaboravano tra loro a livello di pensiero e di progetto.
Nelle terre di Russia e di Ucraina che stanno rapidamente mutando si assiste più recentemente all’affermazione del Realismo sovietico. Mikhail  Pipan è sicuramente un colorista di grande sensibilità, uno dei pochi, secondo Tamara Udina, che “sa scrivere con il pennello il realismo di ogni giorno, dedicando la sua creatività alla terra e alla gente della terra”. Solo se davvero si buttano i pregiudizi e gli stereotipi si può cogliere nel suo contenuto espressivo la ricchezza della plasticità e delle emozioni.
A Sednev, città a una novantina di km da Cernobyl dove spesso si reca come tanti altri artisti e poeti, Pipan dipinge i suoi quadri più importanti, tra cui “Disgelo”, “Inverno a Sednev”, “Preparazione del ghiaccio”, che con alta emozione ed elevazione lirica ripropongono il suo interesse per l’elemento panoramico. E’ una pittura dell’anima, destinata perciò ad essere sentita, prima che vista, che traspare passione e spontaneità.
La sua figura si contrappone a quella degli altri artisti della mostra, perché Pipan – come scrive Piero d’Alfonso nel suo saggio introduttivo all’opera dell’artista – è un pittore che volutamente si è celato “… per il suo carattere schivo e cordialissimo, … compagno di brigata, ma anche fieramente riservato, fino all’emarginazione”. C’è in quella sua indisponibilità  a “… sopportare le regole per farsi conoscere e così ottenere, con i riconoscimenti, le condizioni di notorietà e gli incarichi di prestigio” la grande dignità dell’uomo, che fa di lui “..uno dei pochi pittori davvero ‘prodotti’ da quel contradditorio complesso di meriti e danni che è stato il regime sovietico” (d’Alfonso).

E’ dunque l’aspetto poco noto di una “retroguardia” (solo in senso temporale!) che si appropria delle esperienze dei propri maestri, ma che sa parlare con una sua voce: un mondo in fermento che la mostra desidera mettere in luce, consegnandola alla città labronica, in un incontro spirituale ma soprattutto emotivo e fantastico.

Giuliana Donzello